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LA BAMBINA E
L’ADOLESCENTE CON PERDITE VAGINALI
Tiziano Motta, Francesca Lampugnani,
Lucia Calò, Annalisa Arioli, Alberto D’Alberton
Prima Clinica Ostetrica-Ginecologica dell’Università, Clinica “L.
Mangiagalli”, Milano
Introduzione
Le perdite vaginali sono il più comune disagio ginecologico sia in età
pre-pubere che adolescenziale. In molte bambine che si presentano con
perdite vaginali spesso non vengono riscontrate le cause ed il
trattamento è esclusivamente sintomatico con rassicurazione dei
genitori. Molti di essi ritengono, infatti, che tale disturbo sia un
segno di grave patologia con conseguenze croniche tali da compromettere
la futura fertilità, altri si preoccupano che possa essere un segno di
abuso o di attività sessuale. Nella maggioranza dei casi è sufficiente,
infatti, tranquillizare i genitori dopo aver effettuato un’accurata
anamnesi e un’altrettanto accurata visita. Chiaramente, l’eziologia
della perdita vaginale varia a seconda dell’età del soggetto affetto e
soprattutto se esso si trova in epoca pre o postpuberale. Inoltre, molte
adolescenti sono sessualmente attive e questo può essere accertato solo
dopo un’anamnesi.
Esistono sostanziali differenze tra vagina e vulva della bambina e
dell’adolescente e ciò contribuisce in modo difforme sul tipo di
organismo implicato nella perdita vaginale. Alla nascita, la vagina
della neonata è sterile e presenta un pH acido. Inizialmente, compaiono
stafilococchi, enterococchi e difteroidi ma sono rapidamente sostituiti,
entro 2-3 giorni, da lattobacilli. Tuttavia, l’influenza degli estrogeni
si riduce entro breve tempo, il pH aumenta e l’ambiente vaginale diviene
alcalino mentre l’epitelio vulvare diviene sottile e meno resistente
alle infezioni. Anche l’epitelio vaginale si assottiglia e presenta una
ridotta quantità di glicogeno, inoltre l’introito può apparire più
arrossato1. Infine, la prossimità tra ano e vulva, in età pediatrica,
predispone più facilmente le bambine alle infezioni vaginali.
Età pre-pubere
Non tutte le bambine che presentano perdite vaginali riconoscono una
causa certa. Alcune perdite possono essere fisiologiche e ciò può essere
già intuito sia dall’anamnesi che dalla conoscenza dell’età del soggetto
esaminato: nella neonata, per es., gli estrogeni materni possono
stimolare l’endometrio ed i tessuti cervicali e vaginali così da
provocare una abbondante perdita che sovente può anche essere striata di
sangue. Numerosi studi hanno dimostrato che la scarsa igiene perineale è
la più importante causa di vulvovaginite nella prima età pediatrica 2,3.
La prossimità tra ano e vulva, l’assenza di peli pubici, ritenuti essere
protettivi, ed il relativo assottigliamento dell’epitelio vaginale e
vulvare sono tutti fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di
infezione. Analogamente, la scorretta modalità di pulizia dopo
defecazione (dall’ano alla vulva) facilita la contaminazione fecale
della vulva 2,4. Secondo l’esperienza di Heller la più comune causa di
vulvovaginite nella bambina è da attribuire all’eventuale reazione
allergica provocata dal bagnoschiuma 3. Tuttavia, secondo l’esperienza
di Paradise, che ebbe modo di rilevare un solo caso in un gruppo di 54
bambine sintomatiche esaminate, tale eventualità sarebbe molto più
limitata 5. In definitiva, se non vengono riconosciute vere e proprie
cause infettive è ragionevole informare i genitori del possibile ruolo
svolto da igiene e allergeni come causa di vulvovaginite. Anche ossiuri
o altri nematodi sono un quadro di frequente riscontro. Secondo
l’esperienza di Pierce, circa un terzo delle bambine, di età compresa
tra 2 e 6 anni, che si presentano con perdita vaginale ad un servizio di
pronto soccorso o di emergenza presentano questi parassiti che, spesso,
provocando irritazione e prurito, a loro volta, possono aumentare il
rischio di una sovrainfezione.
L’isolamento di batteri provenienti dal tratto genitale non
necessariamente implica una causa infettiva. Esiste ancor oggi una
considerevole controversia che riguarda “la normale flora vaginale”
legata a difficoltà pratiche e, talora etiche, di effettuare prelievi in
bambine asintomatiche. Alcuni organismi sono stati isolati, con analoga
prevalenza, dalla vagina di soggetti sintomatici ed asintomatici ed il
loro ruolo, come patogeni, è tuttora dubbio. Il riscontro di organismi
batterici differenti, isolati in bambine con perdite vaginali, è
dipendente dall’età del soggetto, il tipo di popolazione cui lo stesso
appartiene, il tipo di prelievo che è stato effettuato, la presenza o
meno di sintomi, di abuso o di attività sessuale. Un recente studio
australiano condotto in 50 bambine con vulvovaginite ed in 50 sane
(gruppo di controllo), ha evidenziato che nell’80 % dei casi non si ha
alcuna evidenza di causa infettiva mentre nei 10 casi in cui questa è
stata rilevata era associato arrossamento e perdita vaginale 6. Gli
autori hanno concluso la loro ricerca affermando che le possibilità di
isolare in coltura dei batteri dipende largamente dal metodo di raccolta
dei prelievi (nel tratto vaginale inferiore o superiore) e che la
normale flora vaginale presenta una significativa sovrapposizione con i
comuni patogeni. Infatti, circa il 21 % dei soggetti affetti da
vulvovaginite ebbe un ciclo di antibioticoterapia nel mese precedente
che sicuramente influenzò la flora vaginale. In un secondo studio
caso-controllo, condotto da Paradise in un gruppo di bambine
sintomatiche, afferenti un ospedale pediatrico di Filadelfia, e
confrontate con un gruppo di controllo asintomatico, nel 60 % dei
soggetti sintomatici fu isolato uno specifico patogeno. In particolare,
l’isolamento della Neisseria gonorrhoeae nell’8 % di queste bambine
sottolinea l’importanza, secondo gli stessi autori, di raccogliere
informazioni mirate ad evidenziare un pregresso abuso sessuale 5. L’11 %
di esse ammise, successivamente al colloquio, una storia di violenze. La
Candida, che rappresenta la più comune causa di perdita vaginale
nell’adolescente, non fu isolata in questa ricerca. Pierce e coll., nel
loro studio condotto nel dipartimento di emergenza di un ospedale
britannico, non ebbero modo di isolare la Neisseria gonorrhoeae, il
Trichomonas vaginalis o la Chlamydia trachomatis, mentre, al contrario,
rilevarono con relativa frequenza parassiti intestinali e Candida. L’Haemophilus
influenzae e lo Streptococcus beta haemoliticus (soprattutto di gruppo
A) sono ritenuti essere probabili patogeni ed è suggerito trattare i
soggetti affetti con antibioticoterapia.
Uno studio condotto in 42 bambine, di età compresa tra i 2 ed i 9 anni,
afferenti un ambulatorio di pediatria di base, ha concluso affermando
che il più comune microrganismo rilevato all’esame colturale fu lo
Streptococcus pyogenes (17 %) seguito dall’Haemophilus influenzae nel 5
% dei casi e dallo Staphilococcus aureus, isolato solo in una sola
piccola paziente 4. Nel 69 % dei soggetti fu rilevata un’infezione
mista, mentre il riscontro di Candida risultò essere molto basso (< 4 %)
e la Neisseria gonorrhoeae non venne in alcun caso identificata.
Diversamente, in uno studio americano in cui le bambine lamentavano
perdite vaginali e prurito, escludendo coloro che presentavano una
storia di abuso sessuale, la prevalenza di infezione gonococcica fu del
9 % mentre in coloro che, durante la visita, presentavano sintomi in
assenza di perdite vaginali era altamente improbabile che presentassero
una causa batterica isolata. Inoltre, nel 26 % di esse furono rilevati
streptococchi di gruppo A, B ed F 7. La Candida fu rilevata
esclusivamente nei soggetti sottoposti a recente antibioticoterapia. La
vaginosi batterica è anch’essa causa di vulvaginite in bambine prepuberi
ed è caratterizzata da un aumentato sviluppo di questo batterio
anaerobio con sostanziale riduzione dei lattobacilli ed incremento del
pH vaginale. In una review del 1994, Robinson e Ridgway esaminarono il
ruolo svolto dalla vaginosi batterica (conosciuta anche come Gardnerella
vaginalis) nell’eziologia della vulvovaginite della donna prepubere.
Essi osservarono, in particolare, che è possibile una trasmissione
verticale del microrganismo in quanto può essere già isolato negli
aspirati gastrici ed in tamponi orali effettuati in epoca neonatale.
Alcuni studi hanno suggerito che possa esistere una correlazione tra il
riscontro del batterio e pregressi episodi di abuso sessuale 8. In
realtà, studi successivi hanno accertato che non esistono sostanziali
differenze di prevalenza tra il gruppo di soggetti abusati ed il gruppo
di controllo 9, 10. In definitiva, può essere estremamente difficoltoso
interpretare i risultati di tamponi vaginali effettuati in bambine
prepuberi: alcuni microrganismi sono presenti sia in soggetti
sintomatici che asintomatici. Tuttavia, un’eziologia infettiva è più
spesso rilevata in presenza di segni visibili quali eritema, perdita o
prurito. La Candida non è di riscontro frequente ma più spesso si rileva
quando è stata praticata, in epoca recente, un’antibioticoterapia. Molte
bambine con ripetute infezioni possono presentare una vaginite atrofica
con ridotta resistenza della mucosa vaginale alle infezioni e possono
trarre beneficio da una terapia topica con estrogeni. Taluni
microrganismi sono strettamente correlati ad un pregresso abuso o
comunque ad attività sessuale (Neisseria gonorrhoeae, Chlamydia
trachomatis e Trichomonas vaginalis). Queste bambine dovrebbero essere
inviate a medici con accertata esperienza nell’ambito degli abusi
sessuali. Mentre un’elevata quantità di bambine, sessualmente abusate,
presenta perdite vaginali, la maggioranza di bambine con perdite
vaginali non è stata in precedenza abusata. Tuttavia, alcuni
microrganismi, quali la Neisseria gonorrhoeae e la Chlamydia trachomatis,
quando isolati in quest’ultimo gruppo di soggetti sono altamente
suggestivi di abuso. Infezioni ricorrenti sono un ulteriore sospetto di
abuso sessuale. L’infezione vaginale da Neisseria gonorrhoeae è
solitamente sintomatica contrariamente a quella faringea e rettale.
L’infezione genitale da Chlamydia trachomatis è usualmente sintomatica e
quando isolata in soggetti di età superiore ai 3 anni è fortemente
suggestiva di abuso sessuale. Prima di questa età il microrganismo può
essere acquisito, passivamente, in epoca perinatale. Numerosi studi
hanno enfatizzato l’importanza di cercare corpi estranei quando si
rilevano abbondanti perdite vaginali, soprattutto se maleodoranti e
associate, talvolta, a perdite ematiche 11,12. Per escludere un corpo
estraneo in questi soggetti la visita spesso deve essere effettuata in
narcosi e associata a vaginoscopia. Quando una bambina di età prepubere
lamenta una perdita ematica vaginale dovrebbe essere sempre esclusa la
possibilità che la causa sia un tumore genitale. Sebbene ciò sia
estremamente raro le implicazioni di omettere tale diagnosi sono ovvie.
Il sarcoma botriode, il rabdomiosarcoma e il tumore del seno endodermico
sono le principali cause di tumore maligno ginecologico in questo
periodo della vita. Rammentiamo, infine, come possibili cause di perdite
vaginali alcune dermatopatie quali il lichen sclero-atrofico, la
vaginite atrofica - già citata in precedenza - e l’eczema atopico.

Valutazione clinica e trattamento
E’ sempre molto importante valutare la bambina nella sua intera persona
piuttosto che dedicarsi esclusivamente alla sola perdita vaginale. La
raccolta dei dati anamnestici deve essere mirata a raccogliere alcuni
dati significativi:
pregressi episodi di vulvovaginiti, infezioni urinarie,
gastroenteriti, stipsi, enuresi, encopresi, presenza di atopia ed
allergie cutanee;
malattie infettive recenti, uso recente di antibiotici o
glicocorticoidi;
abitudini igieniche (autonomia nella pulizia, tipo di biancheria, uso
di detergenti, etc.).
Inoltre, devono essere rilevati con la massima attenzione i sintomi,
quali bruciore, prurito, leucorrea, sanguinamento e la eventuale
coesistenza di sintomi perianali. L’obiettività clinica deve sempre
valutare la localizzazione degli aspetti flogistici (regione vulvare,
perineo, zona perianale, etc.), la presenza di leucorrea e le sue
caratteristiche, il riscontro di manifestazioni dermatologiche (bolle,
vescicole, escrescenze, squame, lesioni virali, etc.), la coesistenza di
sinechie, lesioni da trattamento, discromie) e il grado di
estrogenizzazione delle mucose correlato allo stadio di Tanner.
L’esame obiettivo può essere sufficiente ad identificare i quadri in cui
sono presenti disturbi vulvari non su base flogistica. Secondo una
recente esperienza di Fischer e Rogers, che hanno analizzato una
casistica di 130 bambine con disturbi vulvari, nel 33 % dei casi era
presente una dermatite atopica o irritativa, nel 18 % un lichen
sclero-atrofico, nel 17 % una psoriasi, nel 15 % emangiomi o nevi
vulvari e solo nel 10 % dei casi una reale vulvovaginite 13. Raramente
l’ispezione dei genitali può fare emergere segni sospetti per un
possibile abuso sessuale che vanno verificati preferibilmente con un
colposcopio e comunque documentati fotograficamente.
La valutazione batteriologica può essere effettuata direttamente con un
tampone, di tipo uretrale, introdotto in vagina oppure con un tampone
imbevuto di fisiologica, passato a sua volta sulla mucosa oltre
l’introito vaginale. In alternativa, può essere posto in coltura il
liquido di lavaggio della cavità vaginale ed aspirato tramite un
microcatetere, tipo Butterfly, tagliato e montato su una siringa e
inserito, a sua volta, all’interno della vagina 14. L’anamnesi può
suggerire anche la necessità di un’urinocoltura e di un esame
parassitologico (coprocoltura e scotch test). In presenza di vulvite,
senza particolare interessamento vaginale, occorre rivalutare le normali
abitudini igieniche della bambina consigliando di evitare contatti con
possibili allergeni ed irritanti (bagnoschiuma, indumenti sintetici,
detersivi ed ammorbidenti, etc.). In queste condizioni è utile
intervenire con terapie aspecifiche quali soluzioni moderatamente
disinfettanti, creme o pomate all’ossido di zinco o all’olio di germe di
grano. La remissione clinica è garantita solitamente, nel 70 % dei casi.
In presenza di accertata vulvovaginite la terapia deve essere mirata. Lo
Streptococcus beta haemoliticus risponde di solito ad una
antibioticoterapia orale con amoxicillina; solo in casi resistenti o
recidivanti è utile l’antibiogramma. Nelle recidive può, talora, essere
utile associare una crema a base di estrogeni. Anche in presenza di
Haemophilus influenzae può essere somministrata amoxicillina, in
alternativa possono essere somministrate le cefalosporine per os. Lo
Staphilococcus aureus, quando presente in forma massiccia a livello
vaginale, può essere trattato con un’associazione amoxicillina e acido
clavulanico. Nel caso di riscontro di batteri di tipo intestinale (E.
Coli ed Enterococcus), oltre ad una accurata toeletta perineale, può
essere applicata localmente una crema a base di gentamicina. Le
infestazioni da Enterobius vermicularis necessitano di un trattamento,
esteso all’ambito familiare, di mebendazolo o di pirantel pamoato da
ripetere dopo 10-15 giorni. Nei rari riscontri, al di fuori dei primi
mesi di vita, di Candida può essere somministrato localmente un
imidazolico (miconazolo,clotrimazolo) per 6-7 giorni; nei casi in cui è
coinvolto il tratto gastroenterico può essere indicato il fluconazolo
per os in monosomministrazione (20 mg/kg). Nell’ipotesi di riscontro di
Neisseria gonorrhoeae e Chlamydia trachomatis sono suggeriti
trattamenti, rispettivamente, con cefalosporine orali e azitromicina (10
mg/kg in monosomministrazione) per 3 giorni. La presenza di lesioni
virali quali condilomi necessitano un trattamento con laser, mentre
vescicole ad eziologia herpetica possono beneficiare di un trattamento
con crema a base di acyclovir al 5 % in applicazioni ripetute. Nelle
recidive, in bambine di età superiore ai 2 anni, e suggerita la terapia
orale (20 mg/kg in 4 somministrazioni giornaliere). In ogni caso deve
essere sempre escluso un pregresso abuso sessuale.

Età adolescenziale
Le modificazioni ormonali della pubertà determinano una trasformazione
della flora batterica vaginale tale per cui questa non ha più le
caratteristiche del periodo infantile, ma non ha ancora assunto quelle
dell’età adulta. Occorre ricordare che nei 6-12 mesi che precedono la
comparsa del menarca possono aumentare le fisiologiche secrezioni
vaginali, dando luogo ad una vera e propria leucorrea fisiologica di
aspetto e consistenza simile alla chiara d’uovo. Talvolta la leucorrea
presenta un aspetto giallo chiaro, non è irritante, è priva di odore ed
il deposito sulla biancheria intima può assumere un colore giallo-bruno.
Pertanto la leucorrea vaginale che spesso si riscontra in questo periodo
non deve essere necessariamente correlata ad una vulvovaginite che
riconosce,invece, altri segni come il prurito, l’eritema locale, le
perdite maleodoranti, etc..
Dopo la pubertà, sotto lo stimolo degli estrogeni, l’epitelio vaginale
si ispessisce ed accumula glicogeno che, in seguito alla citolisi
batterica favorita dai lattobacilli, viene liberato e scisso, ad opera
di enzimi cellulari, in monosaccaridi. Il bacillo di Doderlein
metabolizza, poi, il glucosio in acido lattico determinando un
abbassamento del pH vaginale, normalmente ≥ 4,7, tra 4 e 4,5. Questa
situazione ambientale acida ostacola lo sviluppo della flora batterica
patogena e favorisce il prevalere dei lattobacilli stessi, la cui
presenza è fondamentale per limitare la crescita di altri batteri
peraltro normalmente presenti nell’habitat vaginale 15. Durante
l’adolescenza le infezioni vaginali possono essere agevolate pertanto da
una modificazione del pH e/o del glicogeno o favorite dalla diminuzione
delle difese locali. Così come possono essere favorite anche da
trattamenti farmacologici (pillola contraccettiva, ormoni, antibiotici,
antiblastici, immunosoppressori, etc.), uso di indumenti sintetici,
soprattutto se aderenti, che determinano una condizione di congestione e
irritazione cronica, diabete, alterazioni dell’alvo (stipsi cronica),
patologie tumorali, traumi cervico-vaginali da interruzione volontaria
di gravidanza (IVG) o parto e abusi sessuali. In ogni caso, le più
comuni cause di vulvovaginite dell’adolescente sono la Candida, la
vaginosi batterica e l’infezione da Trichomonas vaginalis. E’ indubbio
tuttavia che la causa principale delle diffusione delle flogosi vaginali
nelle adolescenti sia da attribuire prevalentemente alla precocità dei
rapporti sessuali e all’incremento della vita sessuale attiva associata
alla scarsa utilizzazione dei metodi contraccettivi di barriera.
Infatti, l’incidenza di malattie sessualmente trasmissibili (MST) come
l’infezione da Chlamydia trachomatis, da Neisseria gonorrhoeae, da
Trichomonas vaginalis e da HPV negli adolescenti tra i 15 e i 19 anni è
maggiore che in qualsiasi altro gruppo di età.

In particolare, le adolescenti, per le caratteristiche fisiologiche
della portio, hanno un rischio maggiore, rispetto ai maschi, di
contrarre MST. Mentre nell’adulta l’esocervice è rivestita da epitelio
pavimentoso pluristratificato fino alla giunzione squamo-colonnare, che
è all’interno dell’orifizio uterino esterno (OUE), nell’adolescente la
giunzione squamo-colonnare dista alcuni millimetri dall’OUE: ne deriva
che la cervice dell’adolescente è rivestita da epitelio cilindrico per
un’area maggiore rispetto a quella adulta. Quest’area di fisiologico
ectropion è particolarmente suscettibile alle infezioni da Chlamydia
trachomatis e da Neisseria gonorrhoeae. Dopo il menarca, dai margini
periferici dell’epitelio cilindrico, si verifica un fenomeno di
metaplasia squamosa che progressivamente riveste tutta l’esocervice fino
ad arrivare in corrispondenza dell’OUE e la giunzione squamo-colonnare
diventa endocervicale. Durante l’adolescenza le aree di metaplasia
squamosa, che sono rivestite di cellule in attiva mitosi, sono
facilmente invase dall’HPV. Quanto più precoce è l’età in cui le
adolescenti iniziano un’attività sessuale tanto più aumenta il rischio
di contrarre MST sia per la maggiore facilità di rapporti con partner
multipli, sia perché misconoscono la possibilità di infettarsi. Infine,
poiché spesso sono disinformate circa i segni e/o i sintomi di
un’infezione acuta, è poco probabile che richiedano un trattamento per
una MST.
Valutazione clinica e trattamento
L’infezione vulvovaginale da Candida è riconducibile nel 90 circa % dei
casi alla varietà albicans, tuttavia sempre più di frequente vengono
isolati ceppi non albicans, in particolare la Torulopsis glabrata che è
stata identificata nel 10-35 % di adolescenti asintomatiche 16. Le
perdite genitali, classicamente prima delle mestruazioni, si presentano
tipicamente bianche e dense, non maleodoranti e tendono a restare
aderenti alle mucose. Spesso è presente un modesto bruciore mentre il
prurito è tipico e si accompagna talvolta a lesioni da trattamento sulla
pelle del perineo e dei genitali esterni. Il pH vaginale non si modifica
(4,5) e l’esame al microscopio di una goccia di essudato vaginale
mescolato con soluzione fisiologica o idrossido di potassio al 10 %
dimostra la presenza di strutture lievitiformi o pseudoife 17. La
coltura del secreto vaginale, ottenuto mediante tampone, è la metodica
più sensibile che consente, soprattutto nei casi di ricorrenza, di
identificare l’antibiotico più adatto. Generalmente l’infezione è
favorita da un alto tasso di estrogeni, come è dimostrato dall’aumentata
incidenza di tale patologia durante la gravidanza e durante l’assunzione
di estroprogestinici. L’utilizzo di una terapia antibiotica a largo
spettro (ampicillina, cefalosporine, tetracicline), alterando
l’ecosistema della flora batterica vaginale, determina un aumento della
frequenza della colonizzazione da miceti. Il diabete mellito,
soprattutto se non ben controllato, rappresenta un’altra condizione
favorente lo sviluppo della Candida per l’aumentata concentrazione di
glucosio nelle cellule vaginali. Nelle forme recidivanti esiste la
possibilità di una reinfezione vaginale da serbatoi intestinali,
soprattutto nei soggetti con stipsi. La terapia della candidiasi, nelle
adolescenti, va impostata cercando anzitutto di correggere le abitudini
igieniche (uso incongruo di detergenti e/o deodoranti vulvovaginali),
alimentari e dell’abbigliamento (biancheria intima contenente fibre
sintetiche) che favoriscono l’insorgenza dell’infezione e le sue
recidive. La terapia farmacologica deve essere effettuata non solo per
via locale (creme, candelette vaginali) per 7 giorni, ma anche per via
sistemica (secondo modalità diverse di somministrazione), utilizzando i
farmaci attualmente a disposizione come i polieni (anfotericina e
nistatina), gli imidazolici (clotrimazolo, econazolo, miconazolo, etc.)
e i triazolici (fluconazolo). I partner presentano in circa il 20 % dei
casi una colonizzazione, spesso asintomatica, del solco
balano-prepuziale e nel 5-15 % dei casi una colonizzazione delle vie
spermatiche e/o urinarie per cui necessitano anch’essi di trattamento al
fine di ridurre le possibilità di reinfezione della donna (effetto
ping-pong).
La vaginosi batterica è causata da una complessa interazione di germi
patogeni anaerobi tra cui spicca la Garnerella vaginalis. Nella normale
flora vaginale vi è un’abbondante concentrazione di lactobacilli
favoriti da un’alta concentrazione di perossido di idrogeno. Se qualcosa
interferisce con la produzione di tale sostanza, la flora mista aerobia
ed anaerobia comincia a proliferare, e soprattutto la Garnerella
vaginalis prende il sopravvento. Questi batteri producono aminoacidi che
tendono ad elevare ancor di più il pH vaginale e quindi favorire la loro
crescita. Il test per evidenziare la presenza della Garnerella vaginalis
si effettua mescolando una goccia di secrezione vaginale con una goccia
di idrossido di potassio al 10 %; il materiale così derivato darà
origine a un caratteristico odore di “pesce marcio”. L’esame
microscopico di preparati a fresco mette in evidenza la presenza di
cellule di natura epiteliale vaginale ricoperte da minuti microrganismi
coccobacillari (clue cells). I segni clinici della vaginosi batterica
sono rappresentati da una leucorrea bianco-grigiastra, omogenea che
aderisce alle pareti vaginali la cui mucosa non appare infiammata. Se la
vaginosi batterica debba essere considerata una malattia a trasmissione
sessuale o no, in età adolescenziale, rimane controverso. La Gardnerella
vaginalis è un bacillo aerobio Gram-negativo che è stato isolato anche
in adolescenti vergini, tuttavia, poiché il suo riscontro è più
frequente in adolescenti sessualmente attive, alcuni autori - come in
età prepubere - ne ammettono una trasmissione per via quasi
esclusivamente sessuale. Inoltre, i partner di donne con vaginosi
batterica presentano un’alta incidenza di colonizzazione uretrale di
Gardnerella vaginalis. Il trattamento può essere effettuato localmente (candelette
vaginali di metronidazolo o ovuli/crema di clindamicina) o per via
sistemica (metronidazolo, per os, 2 mg, in un’unica giornata).
Il Trichomonas vaginalis rappresenta il 15-20 % di tutte le cause di
perdite vaginali, ad eziologia infettiva, delle adolescenti. E’ un
piccolo protozoo di aspetto ovoidale, flagellato, dotato di proprietà
ameboidi che aderisce intimamente alle membrane cellulari delle mucose e
che viene trasmesso pressoché esclusivamente per via sessuale. Nelle
forme manifeste la sintomatologia è caratterizzata, nella maggior parte
dei casi, da un fastidioso prurito e bruciore vulvare e vaginale, con
dolore e dispareunia associati ad una leucorrea grigiastra e/o
schiumosa. Può talora essere presente disuria. All’esplorazione
speculare della vagina si evidenzia una mucosa particolarmente arrossata
ed edematosa, con un aspetto di tipo granulare. Diffuse emorragie
puntiformi, non sempre visibili ad occhio nudo, conferiscono alla
cervice uterina un caratteristico aspetto a fragola. A scopo
diagnostico, l’esame microscopico a fresco di una goccia di secreto
vaginale così come lo striscio citologico preparato secondo la tecnica
di Papanicolau consentono di evidenziare il parassita in una percentuale
che varia dal 40 % al 60 % dei casi. La coltura ha una sensibilità di
diagnosi superiore al 95 %. La terapia prevede preparati
5-nitroimidazolici (metronidazolo e derivati) somministrati localmente e
per via sistemica, proprio per la frequente concomitanza di infezioni
dell’uretra e delle ghiandole parauretrali, non dimenticando di trattare
anche il partner.
Per quanto riguarda le MST, sicuramente l’infezione da Chlamydia
trachomatis è la più frequente nell’adolescente. Si tratta di un piccolo
batterio intracellulare obbligato che possiede un proprio DNA, RNA e una
membrana cellulare ma dipende dalla cellula ospite per la produzione di
aminoacidi e di ATP. Presenta un particolare tropismo per l’epitelio
cilindrico della cervice uterina e dell’uretra maschile (corpi
elementari). E’ difficile quantificare l’effettiva incidenza di questa
patologia infettiva (3-4 volte maggiore della gonorrea) in quanto spesso
presenta un decorso subclinico. I dati provenienti dagli U.S.A., dove
vengono diagnosticati ogni anno 3-5 milioni di nuovi casi sintomatici,
sono sottostimati poiché in queste valutazioni non sono compresi i casi
asintomatici. L’infezione si localizza, come si è detto, a livello
dell’epitelio cilindrico della cervice e la trasmissione avviene quasi
esclusivamente attraverso il rapporto sessuale con un rischio elevato.
L’alta suscettibilità all’infezione da Chlamydia trachomatis
strettamente correlata alla struttura anatomica della portio
dell’adolescente, che presenta una maggiore area di epitelio cilindrico
esposta all’infezione (ectropion fisiologico), fa porre la giovane età
della donna al primo posto tra i vari fattori di rischio.

Il 50 %, circa, delle donne con coltura positiva per Chlamydia
trachomatis presenta i classici segni della cervicite caratterizzati da
leucorrea mucopurulenta con cervice friabile ed edematosa. E’ noto
tuttavia che un’infezione da Chlamydia trachomatis, localizzata a
livello cervicale, può rimanere silente per un periodo anche di 15 mesi:
infatti, circa il 70 % delle adolescenti affette da cervicite da
Chlamydia trachomatis sono asintomatiche. Anche in soggetti asintomatici
l’infezione tende a diffondere all’endometrio, alle tube e alla pelvi
fino a causare una vera e propria malattia infiammatoria pelvica (P.I.D.).
Pertanto, è estremamente importante sospettare un’infezione da Chlamydia
trachomatis tutte le volte che viene evidenziata una ectopia cervicale
particolarmente friabile allo striscio. La sintomatologia scarsa e
aspecifica e la frequente associazione con altre infezioni rendono
talmente difficoltosa una diagnosi solamente clinica, che l’utilizzo di
test diagnostici di laboratorio assume una valenza insostituibile
soprattutto nell’ottica di un programma terapeutico preventivo delle
complicanze. L’isolamento in coltura cellulare da prelievi endocervicali
(ed uretrali) è il test diagnostico ottimale, in quanto ha una
sensibilità del 90 % e una specificità del 100 %. Tale metodica, ad
elevato costo, è attualmente sostituita da test diagnostici rapidi,
affidabili e di costo relativamente basso, che trovano un largo impiego
ambulatoriale. Essi sono il test di immunofluorescenza diretta con
anticorpi monoclonali (FDA) ed il test immunoenzimatico (EIA). Entrambi
presentano una sensibilità e una specificità che variano,
rispettivamente, dall’80 al 90 % e dall’85 al 99 %. La localizzazione
intracellulare e il lungo ciclo di sviluppo richiedono una terapia
antibiotica protratta che va somministrata in dosi multiple. I farmaci
maggiormente attivi sono le tetracicline ed i macrolidi.
Contemporaneamente è indispensabile trattare anche il partner.
Bibliografia
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