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MICROBIOLOGIA

Lorenzo Drago

Microbiologia Clinica, Dipartimento di Scienze Cliniche “L.Sacco”, Universita’ di Milano

 

Diagnosi 

La diagnosi microbiologica della vaginosi, nelle fasi iniziali e soprattutto nelle sue complicanze, rappresenta un cardine fondamentale, dove i tempi di risposta/diagnosi e la caratterizzazione della/e specie microbica coinvolta diventa talvolta indispensabile per l’outcome.

Dopo un’iniziale lavoro nel 1950, Amsel et al., agli inizi degli anni ’80, stabilisce, considerata la multifattorialita’ della patologia,  alcuni importati criteri, considerati a tutt’oggi da molti Autori il golden standard,  nella definizione e nella diagnosi di vaginosi. L’importanza dell’esame microscopico, scoring system dei vari morfotipi batterici, viene enfatizzato da Spiegel et al. e, successivamente, rivisto da Nugent  et al.

Attualmente, la diagnosi di vaginosi ha raggiunto un livello di interesse tale da indurre molti ricercatori ad applicare nuove soluzioni diagnostiche al problema. Cio’ raggiunge il culmine nei casi in cui il lavoro del ginecologo avviene in stretta connessione con il laboratorio, poiche’ appare evidente che in tale circostanza e’ possibile effettuare nella diagnosi di laboratorio un programma di Quality Assurance, Quality Control e Total Quality Managment, in modo da dare un metro di valutazione e calibrazione dei test utilizzati, definirne la robustezza, assicurare la rintracciabilita’ dei risultati, etc.

In poche parole, se si usano i metodi morfometrici sopraccitati, legati all’esperienza del singolo operatore nella lettura microscopica, sarebbe necessario effettuare periodicamente un valutazione comparativa, inserendo nel programma differenti osservatori, allo scopo di meglio definire la robustezza dell’approccio diagnostico e/o del sistema analitico impiegato in quel momento o periodo. Purtroppo, pero’, se i dati di letteratura sono confortanti per quanto riguarda la correlazione tra aspetti clinici e di laboratorio nella diagnosi di vaginosi, non lo sono altrettanto sulla robustezza dei vari metodi, in termini di concordanza di interpretazione dei risultati tra differenti ossevatori di campioni e/o preparati microscopici. Uno studio, infatti, condotto da Forsum et al. (2002) utilizzando il criterio di Nugent, riporta una concordanza di risultato tra 13 differenti osservatori pari al 63%, dove le principali discordanze osservate nei differenti referti venivano riscontrate su score intermedi in cui il morfotipo lattobacillare era scarsamente rappresentato.

Lorenzo Drago
Specialista in Microbiologia e Virologia e Dottore di Ricerca in Scienze Microbiologiche.
lorenzo.drago@ecosistemavaginale.it  

 

questa pagina è aggiornata al 10/05/2005

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